DANTE
ALIGHIERI
PARADISO
CANTO
II:
LA
LUNA
E
IL
PROBLEMA
DELLE
MACCHIE
LUNARI
di
Manlio
Della
Serra
Spregiudicato e innovativo è il tentativo dantesco di formulare una teoria metascientifica
del fenomeno relativo alle macchie lunari. Una tesi tipicamente antropologica dimostrerebbe la complessità del fenomeno attraverso i movimenti di addensamento e rarefazione:
"Ciò che n'appar qua su diverso credo che fanno i corpi rari e
densi" (Par.
59-60). Tale supposizione contiene un'evidente serie di false rappresentazioni che può risultare soltanto frutto inoperoso della ragione condotta male
("poi dietro ai sensi vedi che la ragione ha corte
l'ali", Par.
56-57).
Ancora distante dalle
sensate esperienze di matricee galileiana, Dante condanna il potenziale spledore della facoltà intellettuale che convoglia nei sensi piena fiducia
("de mortali dove chiove di senso non diserra" Par.
54-55). Inaugurando un'arguta polemica contro la falsità delle attività sensibili, si cercano riferimenti inamovibili promessi dal corretto impiego della facoltà intellettuale che, dall'alto, governa i movimenti del ragionamento veritiero; si trattano l'unicità della ragione e i risultati speculativi ai quali essa conduce, senza mostrare interesse per la pratica correttiva da applicare ai sensi e ai loro conseguenti prodotti.
La razionalità divarica un mondo chiuso ed inconoscibile ritrovando nella sensibilità differenti possibilità di errore. Gli stessi sensi che spinsero Dante a formulare nel convivio una tesi simile a quella che Beatrice intende confutare (Conv. II, XIII, 9). Testimonianze affini si ritrovano anche nel
De Caelo et Mundo di Alberto Magno (II, 2, 3) e nel commento di Tommaso D'Aquino al
De Caelo et Mundo di Aristotele.
Scrutando la volta celeste, il poeta ambisce alla comprensione della fisicità del cosmo esperita nei medesimi termini della fisicità umana, costante e immediato richiamo: la nube
"lucida, spessa, solida e
pulita" è il risultato della descrizione percettiva dell'astro che, nonostante la metafora del viaggio, viene resa con efficace imedesimazione spazio-temporale.
La ripresa delle definizioni aristoteliche di genere e specie, introduce la confutazione delle tesi del poeta: pur mantenendo un genere identico, gli astri defferiscono per la specie, influendo in seguito sulle distinzioni della stessa e degli individui. La tesi esposta prevede l'ammissione di un'unica eterogeneità a giustificazione del fenomeno senza supporre l'inferenza qualitativa dei corpi stellari. Le molteplici virtù sono il risultato dell'azione di cause formali diverse: a questo proposito San Tommaso ricorda il
"conveniens quod suprema sphoera abundet in multitudine stellarum, in quibus radicantur diversae virtutes activae" (Q. de Caelo et Mundo II,
19).
Una diretta connessione tra il mondo lunare e quello fenomenico giustifica l'inseparabilità degli ambiti d'indagine sempre rivolti alla somma bontà di Dio che, in principio, creò il sistema e le regole che lo governano. Prevedendo i risultati del gesto creativo, s'infonde il rispetto per la provenienza divina attraverso le creature angeliche . La forma è principio di attualità, evasione dalla materia, puro presupposto logico, e consapevolezza dello stato di determinazione. La
virtute di cui parla Dante è una forza amministrativa che gli angeli sono chiamati ad esercitare come ordinatori del mondo sub-lunare; consapevoli del privilegio derivato dalla vicinanza a Dio (nel rispetto dell'ordine gerarchico) sono tenuti a governare il moto dei pianeti influendo, per mezzo di questi, sugli enti creati. Per mezzo di una catena conseguenziale di impulsi si celebra la potenza del contatto mediato con Dio.
Il primo cielo mobile conduce alle stelle fisse nelle quali
"radicantur diversae virtutes activae": nei cieli dei pianeti, le virtù vengono comunicate già distinte tanto da divenire cause delle mutazioni di stato dei singoli esseri in relazione al loro fine sulla Terra. Dalle intelligenze dei Cherubini la virtù viene disribuita alle stelle rimanendo accidentalmente unita ad esse: la proiezione di questà attività non conserva lo stesso limite accidentale perché tesa a formulare l'unione sostanziale di anima e corpo (materia e forma).
La concentrazione spostata dalla natura attiva e accidentale delle virtù comunicate alla consistenza sostanziale del prodotto umano, vivifica il processo deduttivo chiarito da aspetti inizialmente distanti dall'intuizione: senza il bisogno delle prove, la mente umana è capace i ogni splendore.
