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A proposito della "Primavera" di Botticelli,

perché Mercurio è Dante...

di Lino Lista, da Episteme 8


 
Dedicato a Kathryn Lindskoog...

Solo le Cose Mentali sono reali: di ciò che si
chiama Corporeo Nessuno conosce la Dimora...
(William Blake)

Non sono molti, in Italia, gli amanti della letteratura che conoscono il nome di Kathryn Lindskoog. Negli Stati Uniti d'America, invece, è una firma che ha buona fama.

Kathryn Lindskoog era un'ottima poetessa. Fu corrispondente, studiosa e commentatrice di C.S. Lewis. Si sottopose all'improba fatica di tradurre l'intera Divina Commedia in angloamericano. Per quanto riguarda il tema del presente commento, fu la prima ad intuire e scrivere che la Primavera di Botticelli allegorizza l'Eden del Purgatorio di Dante1.

Non l'affermo, ora, per pietà dei morti. Non le riconosco la primogenitura dell'interpretazione soltanto perché, da pochi mesi, ella non è più di questo mondo. Giacché qualcuno la riteneva mia, sin dal gennaio del 200l2, ho dichiarato che a lei era da attribuirsi, storicamente, il parto della novella lettura del dipinto di Sandro Botticelli.

Io ebbi l'onore di comunicare con Kathryn Lindskoog, sia pur attraverso la sua assistente, Kristin Carmody. La brava Lindskoog soffriva di un male che, al punto nel quale era giunto, le impediva anche di attendere personalmente alla posta elettronica. Kristin Carmody m'informò che Kathryn aveva gioito alla notizia che, mediante lo studio simbolico, qualcuno fosse giunto alle sue medesime conclusioni.

Lo stato di salute della scrittrice m'inibì dall'affrontare il tema di Mercurio, l'unico personaggio per il quale le nostre interpretazioni della Primavera divergevano. Eravamo, relativamente alle altre otto figure della tavola, in perfetta convergenza di vedute, avendo entrambi proposto la sequenza Fede-Speranza-Carità-Amore/Cupido-Beatrice-Matelda-Eva-Satana.

"On the far left a jaunty, casual, unfallen Adam gazes upward and reaches as high as fruit on a nearby orange tree. In Canto 28 Matilda deplores Adam's loss of this happy Garden full of laughter and play, which was a foretaste of eternal peace: "Through his own fault he lived here only briefly; through his own fault he exchanged spontaneous laughter and sweet play for tears and labor."(15) According to Genesis, Adam was not only the first man and the first resident of Eden, but also Eden's caretaker, the first agriculturist...".

In tal modo Kathryn Lindskoog interpretò il personaggio ermetico sull'estrema sinistra del dipinto.

Ora, con la sua tesi d'Adamo, occorre convenire che la poetessa americana ha saputo ricercare un'allegoria nel famoso dipinto degli Uffizi, tentativo esperito da molti e riuscito a pochi.

Mi perdonino i grandi interpreti della Primavera, da Aby Warburg ad Ernst H. Gombrich, da Erwin Panofsky a Edgar Wind, da Claudia Villa ai più recenti propugnatori della tesi delle Nozze tra Filologia e Mercurio. E' solo per lodare Kathryn Lindoskoog, non per biasimare loro, che tenterò di smantellare i piani interpretativi che vanno per la maggiore.

Allo scopo mi rivolgerò ai letterati, ai cultori della poesia, agli analisti di testo. Ad essi chiederò: ma che allegorie sono queste, in cui si spiegano le forme con le forme, le Grazie con le Grazie, Mercurio con lo stesso Mercurio? E' lampante che le tre Grazie sono le Càriti greche! E' evidente che l'aspetto dell'uomo della Primavera è mercuriale! Indossa calzari alati ed impugna il caduceo! Il riconoscimento del significante non equivale all'identificazione del significato, allo svelamento del segno. Ragionando con l'identico criterio delle suddette e cosiddette allegorie, si potrebbe affermare che, nell'incipit della Divina Commedia, la lupa rappresenta la lupa! Nemmeno si possono definire allegorie, poi, le dotte dissertazioni elaborate in funzione dei personaggi pagani identificati nella Primavera. Al più si potrebbe considerare, ognuna d'esse, alla stregua di una morale.

L'allegoria è un'altra cosa.

Ben lo sapeva Kathryn Lindskoog, la quale aveva tradotto la Divina Commedia. L'aveva appreso dallo stesso Dante, dall'Epistola XIII a Can Grande della Scala:

"...E sebbene questi significati mistici siano chiamati con denominazioni diverse, in generale tutti possono essere chiamati allegorici, perché sono traslati dal senso letterale o narrativo. Infatti, allegoria deriva dal greco alleon che, in latino, si pronuncia alienum, cioè diverso. Alla luce di queste considerazioni, è evidente che occorrono due soggetti, intorno ai quali si sviluppino i due sensi. E perciò bisogna prestare attenzione, in relazione al soggetto di quest'opera, che esso prima venga colto in senso letterale e successivamente che quel medesimo soggetto sia colto in senso allegorico".

<<Ma...>>, si potrebbe contestare, <<...la Primavera è un dipinto, non è un testo>>. A chi dovesse obiettare in tal modo, controbatterei che nella Primavera tutti hanno ricercato una poesia e che la poesia, pregna d'immagini, così s'interpreta. Pur risponderei, citando Marco Tullio Cicerone, che "le Immagini sono similissime alle Lettere; la disposizione e l'alloggiamento delle Immagini alla Scrittura".

Memore dell'insegnamento di Dante, Kathryn Lindskoog affermò che, in Mercurio, Sandro Botticelli aveva inteso rappresentare Adamo. Io, che ho attinto alla medesima lezione ed ho raccolto qualche briciola nel Convivio del Sommo Poeta, ho interpretato la figura ermetica giusto con Dante Alighieri3.

Entrambe le letture, da un punto di vista canonico, sono traslate dalla narrazione pittorica; entrambe sono allegorie, nel senso che identificano due soggetti intorno ai quali si sviluppa il racconto. Minima è la differenza tra le due tesi, in un'ottica linguistica e letteraria. Così come ha scritto Umberto Eco4, infatti, Dante intese se stesso come un nuovo Adamo. Nel modo col quale la forma locutionis perfetta permetteva a Adamo di dialogare con Dio, il volgare illustre avrebbe consentito al Vate di rendere le parole adeguate a ciò che intendeva comunicare, messaggio non altrimenti esprimibile.

Con quali strumenti avrei tentato di convincere Kathryn Lindskoog, se avessi potuto confrontarmi con lei, che in Mercurio c'è più di Dante che non d'Adamo? Con l'iconologia, intesa nel senso del complesso delle immagini visive attribuibili ad un personaggio. Col criterio ermeneutico mosaicale5, il quale presuppone che con le idee associate ai simboli, pena l'erroneità dell'interpretazione, si deve poter costruire un mosaico concettuale compiuto e coerente.

Non è difficile l'analisi iconologica ed ermeneutica di Mercurio. In primo luogo è la stessa forma mercuriale a trasmettere informazioni. Nelle accezioni positive dell'emblema, in quanto nume esso è il messaggero del divino, è il simbolo dell'eloquenza, è il viandante per eccellenza; in qualità di Ermes Psicopompo è il viaggiatore del Regno dei Morti; perché costruttore della lira d'Apollo, è relazionato con il canto. In quanto nome, Mercurio è il pianeta che domina il segno dei Gemelli.

Botticelli raffigurò il suo Mercurio con un mantello rosso cosparso di fiammelle, con un cappello a doppia cuspide, col caduceo innalzato verso una nube, con una spada col pomello cinto da foglie di lauro.

Attorno a lui dispose, riconoscibilissimi tra gli altri, tre garofani bianchi sopra un unico altissimo stelo, un lino, una viola, una margherita6. Il garofano è il fiore che apre, sull'estrema sinistra, la tavola7.

Sullo stivale destro dipinse i crescioni; sopra le penne dell'ala, e sotto l'inguine, raffigurò i fiori stella8.

La purificazione e la sacralità sono i segni dominanti che pervadono il personaggio celato in Mercurio. Il lino e la margherita sono immagini di purezza. La viola (da Bonvesin de la Riva e da Poliziano in poi) è il fiore delle virtù cristiane. Simboli di purificazione sono le fiamme sul mantello. La nube è il ricorrente segno biblico del Padre. Il garofano, in greco, è dhiantos, cioè fiore di Dio, mentre in volgare era gherofano, da hieros-phanein, vale a dire "che mostra il sacro". L'elmetto a doppia cuspide è una mitria, simbolo di sacerdozio. Il caduceo è un simbolo di purificazione e salvezza dacché nel mito, col suo uso, Mercurio liberò la città di Tanagra dalla peste. Coi suoi due serpenti in lotta, l'asta mercuriale è il luogo dello scontro degli opposti, è la rappresentazione del combattimento tra la luce e il buio, tra il giorno e la notte, tra il bene e il male. In tal ultimo senso è anche figurazione della dialettica, della contesa tra tesi ed antitesi.

La spada è icona della parola. Il lauro è il segno della gloria poetica. Una spada cinta di lauro, allora, volendo applicare la massima di Cicerone precedentemente citata, è la parola coronata della gloria poetica.

La composizione del mosaico ermeneutico, a questo punto, è semplice.

L'alienum che ricerchiamo, il secondo distinto soggetto del racconto che in primis narra di Mercurio, è un messaggero divino, maestro d'eloquenza e dialettica, un viaggiatore di regni oltremondani, che ha separato il bene dal male ed è asceso fino al giardino dov'è l'eterna Primavera.

Egli è relazionato col segno dei Gemelli, è raffigurato in iconologia con un mantello rosso, ha raggiunto la purezza del lino e della margherita passando attraverso le fiamme, ha conseguito le virtù cristiane della viola, è proiettato verso il Dio-nube, è pronto ad innalzarsi tra le stelle. E' stato mitriato col cappello sacerdotale e la sua spada-parola è coronata con la gloria del lauro.

Chi altro può essere, l'alienum, se non Dante che, da Domenico de Michelino in poi, sempre fu rappresentato con un mantello rosso?

Dante, nato nel segno dei Gemelli, possiede tutte le qualità descritte dalle icone9.

Sono certo che Kathryn avrebbe convenuto, anzi che n'avrebbe gioito, potendosi con l'analisi simbolica dimostrare la sua ipotesi del giardino dell'Eden dantesco.

Lei avrebbe compreso che Adamo non aveva alcun bisogno d'innalzarsi verso la nube: era Dio a discendere, per passeggiare nel giardino alla brezza del giorno. Avrebbe accettato che non a Adamo, bensì a Dante, al quale fu ordinato: "E non asconder quel ch'io non ascondo", è associabile l'idea del messaggero celeste.

Kathryn avrebbe condiviso che, pur volendo accettare il modello di William Wordsworth, lo scrittore della natura, il quale ravvisava la più alta forma di poesia nelle espressioni semplici ed ingenue dei primi agricoltori, alla spada-parola d'Adamo non si può assegnare la gloria del lauro. Nemmeno, prima della "caduta", gli si può assegnare il caduceo del conflitto tra il bene ed il male. Egli s'avvide d'esser nudo solo dopo aver mangiato dal biblico albero della conoscenza.

Le avrei scritto, infine, che "the fruit on a nearby orange tree", il frutto accanto alla mano del pseudo-Mercurio, non può essere il frutto del male di Eva perchè quell'albero è un arancio e l'arancia è un simbolo benevolo, d'abbondanza e fertilità. Il pomo del peccato originale era una "malum", una mela cotogna per la precisione, in accordo alle credenze medioevali. L'avrei informata, in ogni caso, che nella Primavera di mele cotogne ce ne sono sette. Appare logico il numero, trattandosi di peccato. Le mele cotogne furono scoperte dal professor Giovanni Reale10, celate tutte alle spalle di Zefiro/Satana, com'era da attendersi.

Un rilievo, forse, Kathryn avrebbe potuto porre. Considerato che ai nostri giorni le Dimore del Corporeo sono le abitazioni più ricercate, in quanti avrebbero accettato siffatte costruzioni Mentali?

Per rassicurarla, allora, anche all'occhio fisico avrei dovuto dare la sua parte. Le avrei inviato, perciò, due immagini corporee, le tre Grazie e la cosiddetta Venere, tratte dalla Primavera, entrambe da confrontare con due schizzi, questi ultimi estratti dai disegni che lo stesso Botticelli realizzò per illustrare la Divina Commedia.
 


 
 

Nel primo schizzo il pittore della Primavera raffigurò la Fede, la Speranza e la Carità, le tre virtù danzanti dell'Eden dantesco11; nel secondo disegnò Beatrice con Dante12.

Nel mirare il primo, forse, Kathryn avrebbe potuto cominciare a declamare: "tre donne in giro dalla destra rota / venian danzando..." (Pg. XXIX, 121-22).

Lei avrebbe saputo, con facilità, ritrovare i segni, enucleati dal "formalmente-Mercurio", nei versi della Commedia.

Il soggetto pittorico, in primo luogo: "Qui primavera sempre e ogni frutto; / nettare è questo di che ciascun dice>> (Pg. XXVIII, 143-144).

La spada-parola, in tal senso utilizzata da Dante: "mostrava l'altro la contraria cura / con una spada lucida e aguta..." (Pg. XXIX, 139,140).

La parola, coronata di lauro: "O divina virtù, se mi ti presti / tanto che l'ombra del beato regno / segnata nel mio capo io manifesti, / vedra'mi al piè del tuo diletto legno / venire, e coronarmi de le foglie / che la materia e tu mi farai degno..." (Pd. I, 22-27).

Il mitriaco cappello a doppia cuspide, riconoscimento di Virgilio: "Vedi lo sol che in fronte ti riluce / vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli / che qui la terra sol da sè produce... / ...per ch'io te sovra te corono e mitrio..." (Pg. XXVII, 133-135, 142).

La propensione al volo, le penne delle ali, i fiori crescione: "Tanto voler sopra voler mi venne / de l'esser su, ch'ad ogne passo poi / al volo mi sentia crescer le penne..." (Pg. XXVII, 121-123).

I fiori stella sull'ala: "...puro e disposto a salire a le stelle" (Pg. XXXIII, 145).

Le fiamme sul mantello: "Sì com fui dentro, in un bogliente vetro / gittato mi sarei per rinfrescarmi, / tant'era ivi lo ‘ncendio senza metro" (Pg. XXXIII, 49-51).

Il frutto sull'albero, prossimo alla mano: "Quel dolce pomo che per tanti rami / cercando va la cura de' mortali, / oggi porrà in pace le tue fami" (Pg. XXVII, 115-117).

La raffigurazione di Dio mediante il biblico simbolo della nube, come nella visione d'Ezechiele: "Venir con vento e con nube e con igne..." (Pg. XXIX, 102).

Alla luce dei versi della Commedia, Kathryn avrebbe saputo, anche, motivare la gioventù e la bellezza del "formalmente-Mercurio", doti corporali idonee a figurare la renovatio conseguita da Dante nell'Eden: "io ritornai da la santissima onda / rifatto sì come piante novelle / rinovellate di novella fronda..." (Pg. XXXIII, 142-144).

Pervenuto alla "novella fronda", pur possedendo altre corrispondenze tra simboli, versi e schizzi dell'Eden, mi sarei col buon senso fermato, per non tediare.

Sono certo Kathryn avrebbe saputo ricercare da sola le analogie, oltre che scoprirne altre.

Ora, avendo mirato il caduceo, il caduceo occorre impugnare, nel senso che è necessario ragionare col principio dialettico. Due sono le tesi dicotomiche, verso cui è possibile propendere. Nella prima il simbolismo non ha senso e la Primavera, di là delle mitologiche forme, non rivela niente. Essendo vani i segni e la Primavera, oltre che deridere tutti gli storici ed i critici che hanno tentato un'interpretazione, non resterebbe che strappare numerose pagine dai libri d'arte. Nella seconda tesi i simboli e la Primavera hanno senso e, allora, bisogna considerare la probabilità congiunta con la quale tante coincidenze di significato, che conducono a Dante, possano essersi generate casualmente.

A vantaggio degli storici, dei critici e dei libri d'arte, essendo la suddetta probabilità bassissima, confido d'aver convinto qualche lettore che l'alienum della forma mercuriale è Dante Alighieri. Ammesso che così sia stato, allora quel lettore deve considerare la dimensione della poetessa Lindskoog che, senza l'ausilio dell'iconologia, dell'ermeneutica e degli schizzi di Botticelli, penetrò il velame del Giardino del Mistero. Un tentativo non riuscito a migliaia di dantisti che nei decenni hanno osservato la tavola e, per sua stessa ammissione, al grande Edgar Wind il quale dichiarò: "La Primavera, in special modo, è rimasta un enigma".

Un'ultima considerazione m'è gradita effettuare, a chiusura dei miei commenti sulla Primavera scritti per Episteme.

Io, per giungere alle conclusioni di Kathryn Lindskoog, sono stato costretto a peregrinare per i campi più disparati. Ho dovuto attraversare i giardini d'Arcadia, l'erbose rive dell'Ilisso, i paesaggi bucolici di Virgilio, le coltivazioni innestate di Ovidio, i dolci colli del Petrarca, i boschetti di Venere, le sacre piante della donna di Lorenzo de' Medici, gli orti della Sapienza biblica. Con i piani allegorici incoerenti, di volta in volta assemblati, ho fabbricato decine d'edifici, tutti miseramente crollati alla prova della ragione. Ho dovuto cavare, rivoltare, ricomporre cento volte i tasselli della Primavera, prima di giungere al grattacielo dell'Eden.

Quel grattacielo Kathryn Lindskoog lo vide istintivamente, con naturalezza.

Dov'è il mistero?

Forse è nella Dimora che la poetessa abitava, Dimora fatta non di Cose Corporee o Mentali bensì di Cose dello Spirito.

Il mistero, forse, è nello spirito della tavola stessa, che si è voluto far svelare dalla poetessa che tradusse la Divina Commedia in angloamericano. E' irrazionale quest'ipotesi, certo, specie per chi vive nella Dimora della Mente. Bisogna sapere, però, che la Primavera di Botticelli deve la sua notorietà ad un poeta-pittore di nome Dante, figlio di un emigrato napoletano innamorato d'Alighieri. E' incredibile ma vero: fu Dante Gabriel Rossetti, il preraffaelita di Beata Beatrix, a diffondere, col sonetto "For Spring", la fama del dipinto nel mondo.
 

Note
 

1 KATHRINE LINDSKOOG, Purgatory (Dante's Divine Comedy by Dante Alighieri), Publisher: Mercer University Press, USA, 1997. L'articolo "Spring in Purgatory" è disponibile all'indirizzo http://www.lindentree.org/prima.html.

2 http://www.philia.it/glienigmi/start.htm, "Soluzione del terzo enigma: l'uomo col caduceo".

3 LINO LISTA, "Le tre Grazie: una chiave per dischiudere il giardino della Primavera", in Episteme n.6, Porzi Ed., Perugia 2002.

4 UMBERTO ECO, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Edizione Laterza, Roma-Bari, 1993.

5 LINO LISTA, "Il Mistero del Vino di Cana", in Episteme n.7, Perugia 2003.

6 MIRELLA LEVI D'ANCONA, Botticelli's Primavera, a botanical interpretation including..., L.S. Olschki Ed., Firenze 1983.

7 Le immagini sono visionabili all'indirizzo http://www.philia.it/soluzione_terzo_enigma/start.htm.

8 MIRELLA LEVI D'ANCONA, op. citata.

9 Il riferimento ai Gemelli è mostrato unicamente al fine di evidenziare l'associazione della data di nascita di Dante al pianeta Mercurio, data che riconduce alla divinità pagana del quadro (l'associazione, inutile dirlo, è nei versi del Purgatorio della Commedia). Assolutamente l'inciso non è da intendersi riferito alle qualità delle icone, le quali sono del tutto indipendenti dalle virtù che gli antichi (e lo stesso Dante) ritenevano profuse dal pianeta sotto il cui segno avveniva la nascita. Per chiarezza: l'icona del mantello rosso, similmente al pomo verso cui si protende la mano della figura ermetica, come altri simboli, non ha niente a spartire col segno dei Gemelli.

10 GIOVANNI REALE, La "Primavera" o le Nozze di Filologia e Mercurio, Idea Libri, Rimini 2001.

11 LINO LISTA, op. citata nella nota 3. Il particolare delle tre virtù danzanti fu identificato e tratto, dall'autore dell'articolo, dal disegno raffigurante la Sacra Processione nell'Eden di Pg. XXXI della Commedia.

12 GIOVANNI REALE, op. citata. Il Prof. Reale informa che fu Claudia La Malfa, nel testo "Firenze e l'allegoria dell'eloquenza...", Storia dell'Arte 97, ad individuare la somiglianza tra la Venere della Primavera e la Beatrice dell'illustrazione di Sandro Botticelli a commento del IX canto del Paradiso, sfera di Venere.
 

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