A
proposito
della
"Primavera"
di
Botticelli,
perché
Mercurio
è
Dante...
di
Lino
Lista,
da
Episteme 8
Dedicato
a
Kathryn
Lindskoog...
Solo
le
Cose
Mentali
sono
reali:
di
ciò
che
si
chiama
Corporeo
Nessuno
conosce
la
Dimora...
(William
Blake)
Non
sono
molti,
in
Italia,
gli
amanti
della
letteratura
che
conoscono
il
nome
di
Kathryn
Lindskoog.
Negli
Stati
Uniti
d'America,
invece,
è
una
firma
che
ha
buona
fama.
Kathryn
Lindskoog
era
un'ottima
poetessa.
Fu
corrispondente,
studiosa
e
commentatrice
di
C.S.
Lewis.
Si
sottopose
all'improba
fatica
di
tradurre
l'intera
Divina
Commedia
in
angloamericano.
Per
quanto
riguarda
il
tema
del
presente
commento,
fu
la
prima
ad
intuire
e
scrivere
che
la
Primavera
di
Botticelli
allegorizza
l'Eden
del
Purgatorio
di
Dante1.
Non
l'affermo,
ora,
per
pietà
dei
morti.
Non
le
riconosco
la
primogenitura
dell'interpretazione
soltanto
perché,
da
pochi
mesi,
ella
non
è
più
di
questo
mondo.
Giacché
qualcuno
la
riteneva
mia,
sin
dal
gennaio
del
200l2,
ho
dichiarato
che
a
lei
era
da
attribuirsi,
storicamente,
il
parto
della
novella
lettura
del
dipinto
di
Sandro
Botticelli.
Io
ebbi
l'onore
di
comunicare
con
Kathryn
Lindskoog,
sia
pur
attraverso
la
sua
assistente,
Kristin
Carmody.
La
brava
Lindskoog
soffriva
di
un
male
che,
al
punto
nel
quale
era
giunto,
le
impediva
anche
di
attendere
personalmente
alla
posta
elettronica.
Kristin
Carmody
m'informò
che
Kathryn
aveva
gioito
alla
notizia
che,
mediante
lo
studio
simbolico,
qualcuno
fosse
giunto
alle
sue
medesime
conclusioni.
Lo
stato
di
salute
della
scrittrice
m'inibì
dall'affrontare
il
tema
di
Mercurio,
l'unico
personaggio
per
il
quale
le
nostre
interpretazioni
della
Primavera
divergevano.
Eravamo,
relativamente
alle
altre
otto
figure
della
tavola,
in
perfetta
convergenza
di
vedute,
avendo
entrambi
proposto
la
sequenza
Fede-Speranza-Carità-Amore/Cupido-Beatrice-Matelda-Eva-Satana.
"On
the
far
left
a
jaunty,
casual,
unfallen
Adam
gazes
upward
and
reaches
as
high
as
fruit
on
a
nearby
orange
tree.
In
Canto
28
Matilda
deplores
Adam's
loss
of
this
happy
Garden
full
of
laughter
and
play,
which
was
a
foretaste
of
eternal
peace:
"Through
his
own
fault
he
lived
here
only
briefly;
through
his
own
fault
he
exchanged
spontaneous
laughter
and
sweet
play
for
tears
and
labor."(15)
According
to
Genesis,
Adam
was
not
only
the
first
man
and
the
first
resident
of
Eden,
but
also
Eden's
caretaker,
the
first
agriculturist...".
In
tal
modo
Kathryn
Lindskoog
interpretò
il
personaggio
ermetico
sull'estrema
sinistra
del
dipinto.
Ora,
con
la
sua
tesi
d'Adamo,
occorre
convenire
che
la
poetessa
americana
ha
saputo
ricercare
un'allegoria
nel
famoso
dipinto
degli
Uffizi,
tentativo
esperito
da
molti
e
riuscito
a
pochi.
Mi
perdonino
i
grandi
interpreti
della
Primavera,
da
Aby
Warburg
ad
Ernst
H.
Gombrich,
da
Erwin
Panofsky
a
Edgar
Wind,
da
Claudia
Villa
ai
più
recenti
propugnatori
della
tesi
delle
Nozze
tra
Filologia
e
Mercurio.
E'
solo
per
lodare
Kathryn
Lindoskoog,
non
per
biasimare
loro,
che
tenterò
di
smantellare
i
piani
interpretativi
che
vanno
per
la
maggiore.
Allo
scopo
mi
rivolgerò
ai
letterati,
ai
cultori
della
poesia,
agli
analisti
di
testo.
Ad
essi
chiederò:
ma
che
allegorie
sono
queste,
in
cui
si
spiegano
le
forme
con
le
forme,
le
Grazie
con
le
Grazie,
Mercurio
con
lo
stesso
Mercurio?
E'
lampante
che
le
tre
Grazie
sono
le
Càriti
greche!
E'
evidente
che
l'aspetto
dell'uomo
della
Primavera
è
mercuriale!
Indossa
calzari
alati
ed
impugna
il
caduceo!
Il
riconoscimento
del
significante
non
equivale
all'identificazione
del
significato,
allo
svelamento
del
segno.
Ragionando
con
l'identico
criterio
delle
suddette
e
cosiddette
allegorie,
si
potrebbe
affermare
che,
nell'incipit
della
Divina
Commedia,
la
lupa
rappresenta
la
lupa!
Nemmeno
si
possono
definire
allegorie,
poi,
le
dotte
dissertazioni
elaborate
in
funzione
dei
personaggi
pagani
identificati
nella
Primavera.
Al
più
si
potrebbe
considerare,
ognuna
d'esse,
alla
stregua
di
una
morale.
L'allegoria
è
un'altra
cosa.
Ben
lo
sapeva
Kathryn
Lindskoog,
la
quale
aveva
tradotto
la
Divina
Commedia.
L'aveva
appreso
dallo
stesso
Dante,
dall'Epistola
XIII
a
Can
Grande
della
Scala:
"...E
sebbene
questi
significati
mistici
siano
chiamati
con
denominazioni
diverse,
in
generale
tutti
possono
essere
chiamati
allegorici,
perché
sono
traslati
dal
senso
letterale
o
narrativo.
Infatti,
allegoria
deriva
dal
greco
alleon
che,
in
latino,
si
pronuncia
alienum,
cioè
diverso.
Alla
luce
di
queste
considerazioni,
è
evidente
che
occorrono
due
soggetti,
intorno
ai
quali
si
sviluppino
i
due
sensi.
E
perciò
bisogna
prestare
attenzione,
in
relazione
al
soggetto
di
quest'opera,
che
esso
prima
venga
colto
in
senso
letterale
e
successivamente
che
quel
medesimo
soggetto
sia
colto
in
senso
allegorico".
<<Ma...>>,
si
potrebbe
contestare,
<<...la
Primavera
è
un
dipinto,
non
è
un
testo>>.
A
chi
dovesse
obiettare
in
tal
modo,
controbatterei
che
nella
Primavera
tutti
hanno
ricercato
una
poesia
e
che
la
poesia,
pregna
d'immagini,
così
s'interpreta.
Pur
risponderei,
citando
Marco
Tullio
Cicerone,
che
"le
Immagini
sono
similissime
alle
Lettere;
la
disposizione
e
l'alloggiamento
delle
Immagini
alla
Scrittura".
Memore
dell'insegnamento
di
Dante,
Kathryn
Lindskoog
affermò
che,
in
Mercurio,
Sandro
Botticelli
aveva
inteso
rappresentare
Adamo.
Io,
che
ho
attinto
alla
medesima
lezione
ed
ho
raccolto
qualche
briciola
nel
Convivio
del
Sommo
Poeta,
ho
interpretato
la
figura
ermetica
giusto
con
Dante
Alighieri3.
Entrambe
le
letture,
da
un
punto
di
vista
canonico,
sono
traslate
dalla
narrazione
pittorica;
entrambe
sono
allegorie,
nel
senso
che
identificano
due
soggetti
intorno
ai
quali
si
sviluppa
il
racconto.
Minima
è
la
differenza
tra
le
due
tesi,
in
un'ottica
linguistica
e
letteraria.
Così
come
ha
scritto
Umberto
Eco4,
infatti,
Dante
intese
se
stesso
come
un
nuovo
Adamo.
Nel
modo
col
quale
la
forma
locutionis
perfetta
permetteva
a
Adamo
di
dialogare
con
Dio,
il
volgare
illustre
avrebbe
consentito
al
Vate
di
rendere
le
parole
adeguate
a
ciò
che
intendeva
comunicare,
messaggio
non
altrimenti
esprimibile.
Con
quali
strumenti
avrei
tentato
di
convincere
Kathryn
Lindskoog,
se
avessi
potuto
confrontarmi
con
lei,
che
in
Mercurio
c'è
più
di
Dante
che
non
d'Adamo?
Con
l'iconologia,
intesa
nel
senso
del
complesso
delle
immagini
visive
attribuibili
ad
un
personaggio.
Col
criterio
ermeneutico
mosaicale5,
il
quale
presuppone
che
con
le
idee
associate
ai
simboli,
pena
l'erroneità
dell'interpretazione,
si
deve
poter
costruire
un
mosaico
concettuale
compiuto
e
coerente.
Non
è
difficile
l'analisi
iconologica
ed
ermeneutica
di
Mercurio.
In
primo
luogo
è
la
stessa
forma
mercuriale
a
trasmettere
informazioni.
Nelle
accezioni
positive
dell'emblema,
in
quanto
nume
esso
è
il
messaggero
del
divino,
è
il
simbolo
dell'eloquenza,
è
il
viandante
per
eccellenza;
in
qualità
di
Ermes
Psicopompo
è
il
viaggiatore
del
Regno
dei
Morti;
perché
costruttore
della
lira
d'Apollo,
è
relazionato
con
il
canto.
In
quanto
nome,
Mercurio
è
il
pianeta
che
domina
il
segno
dei
Gemelli.
Botticelli
raffigurò
il
suo
Mercurio
con
un
mantello
rosso
cosparso
di
fiammelle,
con
un
cappello
a
doppia
cuspide,
col
caduceo
innalzato
verso
una
nube,
con
una
spada
col
pomello
cinto
da
foglie
di
lauro.
Attorno
a
lui
dispose,
riconoscibilissimi
tra
gli
altri,
tre
garofani
bianchi
sopra
un
unico
altissimo
stelo,
un
lino,
una
viola,
una
margherita6.
Il
garofano
è
il
fiore
che
apre,
sull'estrema
sinistra,
la
tavola7.
Sullo
stivale
destro
dipinse
i
crescioni;
sopra
le
penne
dell'ala,
e
sotto
l'inguine,
raffigurò
i
fiori
stella8.
La
purificazione
e
la
sacralità
sono
i
segni
dominanti
che
pervadono
il
personaggio
celato
in
Mercurio.
Il
lino
e
la
margherita
sono
immagini
di
purezza.
La
viola
(da
Bonvesin
de
la
Riva
e
da
Poliziano
in
poi)
è
il
fiore
delle
virtù
cristiane.
Simboli
di
purificazione
sono
le
fiamme
sul
mantello.
La
nube
è
il
ricorrente
segno
biblico
del
Padre.
Il
garofano,
in
greco,
è
dhiantos,
cioè
fiore
di
Dio,
mentre
in
volgare
era
gherofano,
da
hieros-phanein,
vale
a
dire
"che
mostra
il
sacro".
L'elmetto
a
doppia
cuspide
è
una
mitria,
simbolo
di
sacerdozio.
Il
caduceo
è
un
simbolo
di
purificazione
e
salvezza
dacché
nel
mito,
col
suo
uso,
Mercurio
liberò
la
città
di
Tanagra
dalla
peste.
Coi
suoi
due
serpenti
in
lotta,
l'asta
mercuriale
è
il
luogo
dello
scontro
degli
opposti,
è
la
rappresentazione
del
combattimento
tra
la
luce
e
il
buio,
tra
il
giorno
e
la
notte,
tra
il
bene
e
il
male.
In
tal
ultimo
senso
è
anche
figurazione
della
dialettica,
della
contesa
tra
tesi
ed
antitesi.
La
spada
è
icona
della
parola.
Il
lauro
è
il
segno
della
gloria
poetica.
Una
spada
cinta
di
lauro,
allora,
volendo
applicare
la
massima
di
Cicerone
precedentemente
citata,
è
la
parola
coronata
della
gloria
poetica.
La
composizione
del
mosaico
ermeneutico,
a
questo
punto,
è
semplice.
L'alienum
che
ricerchiamo,
il
secondo
distinto
soggetto
del
racconto
che
in
primis
narra
di
Mercurio,
è
un
messaggero
divino,
maestro
d'eloquenza
e
dialettica,
un
viaggiatore
di
regni
oltremondani,
che
ha
separato
il
bene
dal
male
ed
è
asceso
fino
al
giardino
dov'è
l'eterna
Primavera.
Egli
è
relazionato
col
segno
dei
Gemelli,
è
raffigurato
in
iconologia
con
un
mantello
rosso,
ha
raggiunto
la
purezza
del
lino
e
della
margherita
passando
attraverso
le
fiamme,
ha
conseguito
le
virtù
cristiane
della
viola,
è
proiettato
verso
il
Dio-nube,
è
pronto
ad
innalzarsi
tra
le
stelle.
E'
stato
mitriato
col
cappello
sacerdotale
e
la
sua
spada-parola
è
coronata
con
la
gloria
del
lauro.
Chi
altro
può
essere,
l'alienum,
se
non
Dante
che,
da
Domenico
de
Michelino
in
poi,
sempre
fu
rappresentato
con
un
mantello
rosso?
Dante,
nato
nel
segno
dei
Gemelli,
possiede
tutte
le
qualità
descritte
dalle
icone9.
Sono
certo
che
Kathryn
avrebbe
convenuto,
anzi
che
n'avrebbe
gioito,
potendosi
con
l'analisi
simbolica
dimostrare
la
sua
ipotesi
del
giardino
dell'Eden
dantesco.
Lei
avrebbe
compreso
che
Adamo
non
aveva
alcun
bisogno
d'innalzarsi
verso
la
nube:
era
Dio
a
discendere,
per
passeggiare
nel
giardino
alla
brezza
del
giorno.
Avrebbe
accettato
che
non
a
Adamo,
bensì
a
Dante,
al
quale
fu
ordinato:
"E
non
asconder
quel
ch'io
non
ascondo",
è
associabile
l'idea
del
messaggero
celeste.
Kathryn
avrebbe
condiviso
che,
pur
volendo
accettare
il
modello
di
William
Wordsworth,
lo
scrittore
della
natura,
il
quale
ravvisava
la
più
alta
forma
di
poesia
nelle
espressioni
semplici
ed
ingenue
dei
primi
agricoltori,
alla
spada-parola
d'Adamo
non
si
può
assegnare
la
gloria
del
lauro.
Nemmeno,
prima
della
"caduta",
gli
si
può
assegnare
il
caduceo
del
conflitto
tra
il
bene
ed
il
male.
Egli
s'avvide
d'esser
nudo
solo
dopo
aver
mangiato
dal
biblico
albero
della
conoscenza.
Le
avrei
scritto,
infine,
che
"the
fruit
on
a
nearby
orange
tree",
il
frutto
accanto
alla
mano
del
pseudo-Mercurio,
non
può
essere
il
frutto
del
male
di
Eva
perchè
quell'albero
è
un
arancio
e
l'arancia
è
un
simbolo
benevolo,
d'abbondanza
e
fertilità.
Il
pomo
del
peccato
originale
era
una
"malum",
una
mela
cotogna
per
la
precisione,
in
accordo
alle
credenze
medioevali.
L'avrei
informata,
in
ogni
caso,
che
nella
Primavera
di
mele
cotogne
ce
ne
sono
sette.
Appare
logico
il
numero,
trattandosi
di
peccato.
Le
mele
cotogne
furono
scoperte
dal
professor
Giovanni
Reale10,
celate
tutte
alle
spalle
di
Zefiro/Satana,
com'era
da
attendersi.
Un
rilievo,
forse,
Kathryn
avrebbe
potuto
porre.
Considerato
che
ai
nostri
giorni
le
Dimore
del
Corporeo
sono
le
abitazioni
più
ricercate,
in
quanti
avrebbero
accettato
siffatte
costruzioni
Mentali?
Per
rassicurarla,
allora,
anche
all'occhio
fisico
avrei
dovuto
dare
la
sua
parte.
Le
avrei
inviato,
perciò,
due
immagini
corporee,
le
tre
Grazie
e
la
cosiddetta
Venere,
tratte
dalla
Primavera,
entrambe
da
confrontare
con
due
schizzi,
questi
ultimi
estratti
dai
disegni
che
lo
stesso
Botticelli
realizzò
per
illustrare
la
Divina
Commedia.

Nel
primo
schizzo
il
pittore
della
Primavera
raffigurò
la
Fede,
la
Speranza
e
la
Carità,
le
tre
virtù
danzanti
dell'Eden
dantesco11;
nel
secondo
disegnò
Beatrice
con
Dante12.
Nel
mirare
il
primo,
forse,
Kathryn
avrebbe
potuto
cominciare
a
declamare:
"tre
donne
in
giro
dalla
destra
rota
/
venian
danzando..."
(Pg.
XXIX,
121-22).
Lei
avrebbe
saputo,
con
facilità,
ritrovare
i
segni,
enucleati
dal
"formalmente-Mercurio",
nei
versi
della
Commedia.
Il
soggetto
pittorico,
in
primo
luogo:
"Qui
primavera
sempre
e
ogni
frutto;
/
nettare
è
questo
di
che
ciascun
dice>>
(Pg.
XXVIII,
143-144).
La
spada-parola,
in
tal
senso
utilizzata
da
Dante:
"mostrava
l'altro
la
contraria
cura
/
con
una
spada
lucida
e
aguta..."
(Pg.
XXIX,
139,140).
La
parola,
coronata
di
lauro:
"O
divina
virtù,
se
mi
ti
presti
/
tanto
che
l'ombra
del
beato
regno
/
segnata
nel
mio
capo
io
manifesti,
/
vedra'mi
al
piè
del
tuo
diletto
legno
/
venire,
e
coronarmi
de
le
foglie
/
che
la
materia
e
tu
mi
farai
degno..."
(Pd.
I,
22-27).
Il
mitriaco
cappello
a
doppia
cuspide,
riconoscimento
di
Virgilio:
"Vedi
lo
sol
che
in
fronte
ti
riluce
/
vedi
l'erbette,
i
fiori
e
li
arbuscelli
/
che
qui
la
terra
sol
da
sè
produce...
/
...per
ch'io
te
sovra
te
corono
e
mitrio..."
(Pg.
XXVII,
133-135,
142).
La
propensione
al
volo,
le
penne
delle
ali,
i
fiori
crescione:
"Tanto
voler
sopra
voler
mi
venne
/
de
l'esser
su,
ch'ad
ogne
passo
poi
/
al
volo
mi
sentia
crescer
le
penne..."
(Pg.
XXVII,
121-123).
I
fiori
stella
sull'ala:
"...puro
e
disposto
a
salire
a
le
stelle"
(Pg.
XXXIII,
145).
Le
fiamme
sul
mantello:
"Sì
com
fui
dentro,
in
un
bogliente
vetro
/
gittato
mi
sarei
per
rinfrescarmi,
/
tant'era
ivi
lo
‘ncendio
senza
metro"
(Pg.
XXXIII,
49-51).
Il
frutto
sull'albero,
prossimo
alla
mano:
"Quel
dolce
pomo
che
per
tanti
rami
/
cercando
va
la
cura
de'
mortali,
/
oggi
porrà
in
pace
le
tue
fami"
(Pg.
XXVII,
115-117).
La
raffigurazione
di
Dio
mediante
il
biblico
simbolo
della
nube,
come
nella
visione
d'Ezechiele:
"Venir
con
vento
e
con
nube
e
con
igne..."
(Pg.
XXIX,
102).
Alla
luce
dei
versi
della
Commedia,
Kathryn
avrebbe
saputo,
anche,
motivare
la
gioventù
e
la
bellezza
del
"formalmente-Mercurio",
doti
corporali
idonee
a
figurare
la
renovatio
conseguita
da
Dante
nell'Eden:
"io
ritornai
da
la
santissima
onda
/
rifatto
sì
come
piante
novelle
/
rinovellate
di
novella
fronda..."
(Pg.
XXXIII,
142-144).
Pervenuto
alla
"novella
fronda",
pur
possedendo
altre
corrispondenze
tra
simboli,
versi
e
schizzi
dell'Eden,
mi
sarei
col
buon
senso
fermato,
per
non
tediare.
Sono
certo
Kathryn
avrebbe
saputo
ricercare
da
sola
le
analogie,
oltre
che
scoprirne
altre.
Ora,
avendo
mirato
il
caduceo,
il
caduceo
occorre
impugnare,
nel
senso
che
è
necessario
ragionare
col
principio
dialettico.
Due
sono
le
tesi
dicotomiche,
verso
cui
è
possibile
propendere.
Nella
prima
il
simbolismo
non
ha
senso
e
la
Primavera,
di
là
delle
mitologiche
forme,
non
rivela
niente.
Essendo
vani
i
segni
e
la
Primavera,
oltre
che
deridere
tutti
gli
storici
ed
i
critici
che
hanno
tentato
un'interpretazione,
non
resterebbe
che
strappare
numerose
pagine
dai
libri
d'arte.
Nella
seconda
tesi
i
simboli
e
la
Primavera
hanno
senso
e,
allora,
bisogna
considerare
la
probabilità
congiunta
con
la
quale
tante
coincidenze
di
significato,
che
conducono
a
Dante,
possano
essersi
generate
casualmente.
A
vantaggio
degli
storici,
dei
critici
e
dei
libri
d'arte,
essendo
la
suddetta
probabilità
bassissima,
confido
d'aver
convinto
qualche
lettore
che
l'alienum
della
forma
mercuriale
è
Dante
Alighieri.
Ammesso
che
così
sia
stato,
allora
quel
lettore
deve
considerare
la
dimensione
della
poetessa
Lindskoog
che,
senza
l'ausilio
dell'iconologia,
dell'ermeneutica
e
degli
schizzi
di
Botticelli,
penetrò
il
velame
del
Giardino
del
Mistero.
Un
tentativo
non
riuscito
a
migliaia
di
dantisti
che
nei
decenni
hanno
osservato
la
tavola
e,
per
sua
stessa
ammissione,
al
grande
Edgar
Wind
il
quale
dichiarò:
"La
Primavera,
in
special
modo,
è
rimasta
un
enigma".
Un'ultima
considerazione
m'è
gradita
effettuare,
a
chiusura
dei
miei
commenti
sulla
Primavera
scritti
per
Episteme.
Io,
per
giungere
alle
conclusioni
di
Kathryn
Lindskoog,
sono
stato
costretto
a
peregrinare
per
i
campi
più
disparati.
Ho
dovuto
attraversare
i
giardini
d'Arcadia,
l'erbose
rive
dell'Ilisso,
i
paesaggi
bucolici
di
Virgilio,
le
coltivazioni
innestate
di
Ovidio,
i
dolci
colli
del
Petrarca,
i
boschetti
di
Venere,
le
sacre
piante
della
donna
di
Lorenzo
de'
Medici,
gli
orti
della
Sapienza
biblica.
Con
i
piani
allegorici
incoerenti,
di
volta
in
volta
assemblati,
ho
fabbricato
decine
d'edifici,
tutti
miseramente
crollati
alla
prova
della
ragione.
Ho
dovuto
cavare,
rivoltare,
ricomporre
cento
volte
i
tasselli
della
Primavera,
prima
di
giungere
al
grattacielo
dell'Eden.
Quel
grattacielo
Kathryn
Lindskoog
lo
vide
istintivamente,
con
naturalezza.
Dov'è
il
mistero?
Forse
è
nella
Dimora
che
la
poetessa
abitava,
Dimora
fatta
non
di
Cose
Corporee
o
Mentali
bensì
di
Cose
dello
Spirito.
Il
mistero,
forse,
è
nello
spirito
della
tavola
stessa,
che
si
è
voluto
far
svelare
dalla
poetessa
che
tradusse
la
Divina
Commedia
in
angloamericano.
E'
irrazionale
quest'ipotesi,
certo,
specie
per
chi
vive
nella
Dimora
della
Mente.
Bisogna
sapere,
però,
che
la
Primavera
di
Botticelli
deve
la
sua
notorietà
ad
un
poeta-pittore
di
nome
Dante,
figlio
di
un
emigrato
napoletano
innamorato
d'Alighieri.
E'
incredibile
ma
vero:
fu
Dante
Gabriel
Rossetti,
il
preraffaelita
di
Beata
Beatrix,
a
diffondere,
col
sonetto
"For
Spring",
la
fama
del
dipinto
nel
mondo.
Note
1
KATHRINE
LINDSKOOG,
Purgatory
(Dante's
Divine
Comedy
by
Dante
Alighieri),
Publisher:
Mercer
University
Press,
USA,
1997.
L'articolo
"Spring
in
Purgatory"
è
disponibile
all'indirizzo
http://www.lindentree.org/prima.html.
2
http://www.philia.it/glienigmi/start.htm,
"Soluzione
del
terzo
enigma:
l'uomo
col
caduceo".
3
LINO
LISTA,
"Le
tre
Grazie:
una
chiave
per
dischiudere
il
giardino
della
Primavera",
in
Episteme
n.6,
Porzi
Ed.,
Perugia
2002.
4
UMBERTO
ECO,
La
ricerca
della
lingua
perfetta
nella
cultura
europea,
Edizione
Laterza,
Roma-Bari,
1993.
5
LINO
LISTA,
"Il
Mistero
del
Vino
di
Cana",
in
Episteme
n.7,
Perugia
2003.
6
MIRELLA
LEVI
D'ANCONA,
Botticelli's
Primavera,
a
botanical
interpretation
including...,
L.S.
Olschki
Ed.,
Firenze
1983.
7
Le
immagini
sono
visionabili
all'indirizzo
http://www.philia.it/soluzione_terzo_enigma/start.htm.
8
MIRELLA
LEVI
D'ANCONA,
op.
citata.
9
Il riferimento ai Gemelli è mostrato unicamente al fine di evidenziare l'associazione della data di nascita di Dante al pianeta Mercurio, data che riconduce alla divinità pagana del quadro (l'associazione, inutile dirlo, è nei versi del Purgatorio della Commedia). Assolutamente l'inciso non è da intendersi riferito alle qualità delle icone, le quali sono del tutto indipendenti dalle virtù che gli antichi (e lo stesso Dante) ritenevano profuse dal pianeta sotto il cui segno avveniva la nascita. Per chiarezza: l'icona del mantello rosso, similmente al pomo verso cui si protende la mano della figura ermetica, come altri simboli, non ha niente a spartire col segno dei Gemelli.
10
GIOVANNI
REALE,
La
"Primavera"
o
le
Nozze
di
Filologia
e
Mercurio,
Idea
Libri,
Rimini
2001.
11
LINO
LISTA,
op.
citata
nella
nota
3.
Il
particolare
delle
tre
virtù
danzanti
fu
identificato
e
tratto,
dall'autore
dell'articolo,
dal
disegno
raffigurante
la
Sacra
Processione
nell'Eden
di
Pg.
XXXI
della
Commedia.
12
GIOVANNI
REALE,
op.
citata.
Il
Prof.
Reale
informa
che
fu
Claudia
La
Malfa,
nel
testo
"Firenze
e
l'allegoria
dell'eloquenza...",
Storia
dell'Arte
97,
ad
individuare
la
somiglianza
tra
la
Venere
della
Primavera
e
la
Beatrice
dell'illustrazione
di
Sandro
Botticelli
a
commento
del
IX
canto
del
Paradiso,
sfera
di
Venere.
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