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Secondo
il
mito,
Atlante
era
figlio
di
Giapeto
e
di
Climene
e
fratello
di
Prometeo.
Secondo
altre
versioni,
era
il
figlio
di
Urano
e
quindi
fratello
di
Crono.
Appartiene
comunque
alla
generazione
divina
degli
uomini
smisurati
e
mostruosi
-
di
cui
fanno
parte
anche
i
Ciclopi
(Titani)
-
e
partecipò
alla
lotta
tra
i
Giganti
e
gli
dei.
Sconfitto,
fu
punito
da
Zeus,
che
lo
condannò
a
sorreggere
per
l'eternità
la
volta
del
cielo.
Nel
frontespizio
dell'atlante
nautico
intitolato
Zeekarten,
di
Frederick
de
Wit
(1671),
il
Titano
Atlante
è
correttamente
rappresentato
nell'atto
di
sorreggere
la
volta
celeste,
secondo
la
versione
originale
della
leggenda.
Nella
leggenda
successivamente
distorta
viene
rappresentato
invece
con
il
mondo
sulle
spalle.
Erodoto
fu
invece
il
primo
a
parlare
di
Atlante
come
di
una
montagna
situata
nell'Africa
settentrionale,
perché
Perseo
l'avrebbe
trasformato
in
roccia
mostrandogli
la
testa
della
Medusa.
Il
"documento"
più
importante
giunto
fino
a
noi
da
epoche
antiche
è
costituito
dal
globo
sostenuto
dal
notissimo
Atlante
Farnese
custodito
nel
Museo
Nazionale
di
Napoli
in
cui,
invece
dei
continenti,
sono
rappresentate
le
costellazioni.
Proveniente
forse
dalla
biblioteca
nel
Foro
di
Traiano
a
Roma,
la
statua
farnesiana
ci
fornisce
una
delle
rappresentazioni
dello
zodiaco
più
complete
e
antiche
che
ci
siano
pervenute
dal
mondo
greco
arcaico.
Risale
al
secondo
secolo
d.C.,
quindi
di
epoca
relativamente
recente,
ma
si
suppone
che
questo sia
una
copia
di
un
originale
greco
del
terzo
secolo
a.C. Deriva
verosimilmente
da
un
celebre
originale
di
epoca
ellenistica
ed
è
dunque
una
delle
poche
opportunità
che
ci
sono
pervenute
per
vedere come
immaginavano
gli
antichi
greci
le
figure
formate
dalle
stelle.
Sappiamo
ben
poco
sulle
origini
di
questi
globi
celesti,
di
cui
si
attribuiva
l'invenzione,
oltre
che
ai
mitici
Atlante
e
Museo,
ad
Anassimandro
e
Talete
di
Mileto.
A
quanto
sembra
fu
però
Eudosso
di
Cnido
a
dare
un
decisivo
contributo.
Pur
senza
aver
creato
una
"sphaera
solida",
vi
inserisce
le
figure
degli
astri,
i
cerchi
paralleli
dell'equatore:
i
tropici
del
Cancro
e
del
Capricorno,
i
cerchi
polari
e
i
due
coluri
degli
equinozi
e
dei
solstizi.
A
lui
è
dovuta
anche
la
rappresentazione
dell'eclittica
sotto
forma
di
una
fascia
zodiacale,
che
si
stende
per
sei
gradi
su
entrambi
i
lati
di
una
linea
mediana,
e
la
sua
divisione
in
dodici
parti,
ciascuna
lunga
trenta
gradi.
Nel
globo
Farnense
gli
emisferi
sono
separati
dall'equatore,
che
consiste
in
una
sottile
fascia
a
rilievo
traversata
obliquamente
dall'eclittica.
Anche
i
tropici
del
Cancro
e
del
Capricorno
e
i
coluri
degli
equinozi
e
dei
solstizi
formano
una
esatta
rete
a
rilievo.
La
ripartizione
e
l'iconografia
delle
costellazioni
sono
già
simili
a
quelle
dei
documenti
posteriori
ma
non
mancano
delle
eccezioni
importanti:
al
di
sopra
del
Cancro,
sotto
l'Orsa
Maggiore,
è
rappresentato
un
piccolo
trono
che
non
corrisponde
ad
alcuna
costellazione
nota.
Si
tratta
probabilmente
di
una
cometa
che
era
visibile
in
Italia
al
tempo
di
Augusto
e
che
veniva
chiamata
"Trono
di
Cesare".
Si
conoscono
solo
due
altri
esempi
di
arte
greca
o
romana,
contemporanei
o
quasi
al
globo
farnense,
con
i
quali
è
possibile
fare
un
confronto
diretto
sulle
iconografiche
delle
costellazioni
rappresentate
in
quel
periodo
storico:
un
frammento
di
vaso
dell'Antiquarium
di
Berlino,
dove
si
distinguono
il
Cigno,
la
Lira
e
forse
anche
la
Via
Lattea,
e
il
"disco
di
Salisburgo",
il
quadrante
di
un
orologio
meccanico
azionato
ad
acqua
che
rappresentava
un
gigantesco
planisfero,
di
cui
sono
conservati
un
piccolo
settore
dell'eclittica,
Ariete,
Toro,
Gemelli
e
quattro
costellazioni:
Perseo,
Andromeda,
Auriga
e
Triangolo. Di
fianco
una
scultura
in
cui
due
"Atlanti"
sorreggono
una
sfera
celeste
contornata
di
stelle
ma
senza
nessuna
rappresentazione
di
costellazioni
o
moti
celesti
oltre
alla
fascia
equatoriale.
Si
trova
in
Odessa
(Ucraina)
e
funge
da
ornamento
per
una
casa
in
Gogol St.
Claudio Del Duca
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